ROMA FICTION FEST:CONCLUSIONI

È giunta così al termine la terza edizione del Roma Fiction Fest, la seconda della “gestione Della Casa”, e nel bilancio, per la prima volta, le note positive sembrano superare quelle negative, almeno per quanto riguarda la risposta del pubblico. Sebbene ci sia ancora molto da fare, è evidente che l’utilizzo di piattaforme come Facebook abbia contribuito a creare interesse per il festival non solo durante gli eventi speciali come la Masterclass di Lost (che personalmente ho reputato solo un grosso spot promozionale) ma anche alle proiezioni pomeridiane finalmente si è visto un po’ di pubblico. Si è addirittura generato un piccolo fenomeno con la proiezione di The Wrong Door, la geniale serie prodotta da BBC della quale era proiettato ogni giorno un nuovo episodio, con la fila fuori la sala che aumentava di volta in volta. Eppure qualche aggiustamento ancora sembra necessario, infatti, nonostante un numero di prodotti presentati inferiore rispetto alla precedente edizione, il problema della sovrapposizione degli eventi ancora non è stato risolto. Un banale esempio dal programma del primo giorno, lunedì 7 luglio: alle ore 11:30 era proiettata in anteprima stampa la docufiction Moonshot - The flight of Apollo 11, così che gli interessati posstessero arrivare alla conferenza stampa con Buzz Aldrin, Richard Dale e Daniel Lapaine preparati e armati di buone intenzioni al momento di fare le domande. Contemporaneamente però, sempre alle 11:30, si proietta il documentario in concorso nella sezione factual Tienanmen: 20 Sears after the massacre, recuperabile solo alle 22:30 di lunedì durante le proiezioni aperte al pubblico, quando il giornalista stanco e affamato probabilmente sta tornando a casa a riposare o, peggio, a ultimare i pezzi da mandare in redazione. Questo è solo un piccolo esempio, potrei continuare rilevando come praticamente nessuna delle opere vincitrici abbia avuto l’onore di un’anticipata stampa e tantomeno di una conferenza. Si è preferito invece dare spazio alle anteprime di “opere” come Il Falco e La Colomba o Le Segretarie del Sesto; quest’ultima con addirittura l’onore della serata speciale all’Auditorium Conciliazione. A proposito, ma che c’entrava la presenza di Matthew Fox che consegnava il premio speciale a Carlton Cuse e Damon Lindelof, forse serviva ad attirare un pubblico che altrimenti si sarebbe ben guardato dall’entrare in sala?
Nel tirare le somme, possiamo comunque notare come la qualità delle opere presentate sia comunque sempre più elevata, confermando come ci sia una maggiore prevalenza dei prodotti anglosassoni, con la Gran Bretagna che offre probabilmente le opere con la migliore qualità tecnica e artistica e gli USA che, tra gli alti e bassi della loro numerosissima produzione seriale, sono comunque capaci di presentare prodotti validi e interessanti che, sempre più spesso, fanno uso di cast importanti con attori di provata esperienza cinematografica e teatrale, mostrando una strana dicotomia. Infatti, se da un lato la cinematografia americana volge sempre più verso la produzione di blockbuster fracassoni che offrono al pubblico molto divertimento e pochi pensieri, la produzione televisiva ha fatto passi da gigante in questi ultimi anni, proponendo opere complesse e intelligenti, raggiungendo un livello qualitativo che sembrava impossibile ottenere. Per anni la televisione americana era indicata come quanto di più piatto e commerciale potesse esistere, anche prodotti di grande successo, in patria e oltreoceano, non andavano il più delle volte al di là dello stereotipo dei protagonisti bellocci tanto caro a certa televisione, anche nostrana. Da qualche anno invece il vento è cambiato, l’offerta si è diversificata e, accanto ad operazioni certo interessanti ma molto furbe, come Lost, un prodotto che, per impatto sul pubblico e interesse dei media può essere paragonato a un alto famosissimo cult quale Twin Peaks (e speriamo che almeno Lost abbia una fine sensata…), altre opere hanno comunque dato una scossa al mercato, costringendo le emittenti e le case di produzione a trovare prodotti validi e interessanti capaci di attrarre un pubblico sì vasto ma anche capace di un livello di attenzione superiore alla media, un pubblico insomma che ne avesse abbastanza di Baywatch.
Grande interesse hanno suscitato anche produzioni di paesi che al di là dei propri confini non sono certo famosi per fare televisione di qualità, si pensi all’islandese Hamarinn e alla serie polacca The Londoners, vincitrice del premio come miglior prodotto televisivo nella categoria lunga serie.
La fiction italiana sembra invece restare ancorata a vecchi stilemi. Se da qualche tempo si cerca con fatica di far risorgere il genere dello “sceneggiato” con fiacchi adattamenti di opere letterarie, per quanto riguarda la serialità sono veramente pochi i prodotti che negli ultimi anni hanno saputo portare innovazione. Si continuano a proporre personaggi e storie già viste, con uno stile ormai vecchio, con puntate della anacronistica durata di 60’, con trame il più delle volte lontane dalla realtà quotidiana, specialmente in quelle serie che questa quotidianità vorrebbero raccontarla e con la strana mania tutta italiana di proporre due episodi per serata (cosa che avviene spesso anche quando si tratta di presentare serie straniere). Quello che più dispiace è che ogni tanto un prodotto di alta qualità riusciamo a realizzarlo anche noi italiani, ma questo accade quando ci si rivolge a veri registi, sceneggiatori e attori. Troppo spesso nella scelta di questi ultimi prevale l’aspetto fisico sulla recitazione, il che, se genera solitamente ottimi ascolti - altrimenti non si spiegherebbe il premio del pubblico a Gabriel Garko come miglior attore - certamente non va a favore della qualità.
Sarà però un caso che una delle serie di più grande successo prodotta in Italia negli ultimi 10 anni sia interpretata da un grande attore, capace di passare dal dramma alla commedia, dal teatro al cinema e alla televisione e sia riconosciuta tale anche all’estero, essendo esportata praticamente in tutto il mondo e ricevendo anche una candidatura agli Emmy Awards? Sarà un caso che quest’opera abbia un cast tecnico di estremo rilievo e uno artistico composto non di facce belle ma di belle facce? Sarà un caso che i nuovi episodi di questa serie facciano regolarmente il record di ascolti e che le repliche non siano da meno? Il pubblico italiano probabilmente è ancora capace di apprezzare un’opera ben realizzata, ma se questa è quasi sola in un universo composto principalmente di brutture commerciali che rinunciano volontariamente al lato artistico, non posso che dolermene e continuare a ricercare la qualità all’estero.
Un po’ di speranza però c’è, ci stiamo preparando a realizzare la versione italiana di Life on Mars, che va ad aggiungersi a quella americana e all’originale inglese… Già e poi cos’altro, magari un remake di Eli Stone con il protagonista cui invece di George Michael appare Malgioglio?